Milano- Sanremo: l’attesa di un lampo

Cycling: 108th Milan-Sanremo 2017
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E se l’attesa del piacere fosse essa stessa piacere?

Questo celebre aforisma coniato dal filosofo tedesco Gotthold Ephraim Lessing, in passato claim pubblicitario di una famosa bevanda, sarebbe perfetto per descrivere 111 anni di storia della Milano- Sanremo. Anzi, non esageriamo, in tempi antichi la Classicissima di primavera è stata corsa dura, imprevedibile e men che meno di attesa.

C’è chi come Costante Girardengo la vinse partendo addirittura da Rivalta Scrivia, a 200 chilometri dal traguardo, e guai a dire che i record sono fatti per essere battuti perché beh, che battano questo, francamente, è decisamente impensabile.

C’è chi come Fausto Coppi la vinse attaccando sul Turchino, e quella sua azione così caparbia, energica, indomabile, datata 1946 costrinse il radiocronista Niccolò Carosio a ripiegare sulla musica da ballo per riempire i 14 minuti di attesa che dividevano il Campionissimo dal secondo classificato.

C’è chi come Gino Bartali la vinse a quasi 36 anni, quando ormai in pochi se lo sarebbero aspettati e per di più in volata, in una maniera non troppo consueta per il mitico Ginettaccio.

C’è chi come Eddie Merckx la vinse in qualsiasi maniera per sette volte, senza mai salire sul podio in altre occasioni: il Cannibale batteva solo colpi sicuri.

C’è chi come Bugno scappò dal gruppo a Imperia e si involò dalla Cipressa; mentre l’anno seguente Chiappucci attaccò nella discesa del Turchino, portò via un gruppetto, si sbarazzò della compagni e piombò solitario su Sanremo.

Nel corso di questi anni sono state due, ma sostanziali, le modifiche al percorso. Nel 1960 fu inserito il Poggio con l’intento di indurire la corsa, trampolino strategico posto per aiutare i corridori italiani che ormai non giungevano a braccia alzate nella città dei fiori dal 1953. Sempre per volere di Vincenzo Torriani nel 1982 fu scoperta la Cipressa, salita pedalabile, ma necessaria, per stare al passo coi tempi e non rendere troppo agevole la cavalcata in Riviera dei corridori.

Da Chiappucci in poi solo attese, grandissime, spasmodiche, eccitanti attese.

Certamente anche in questi ultimi anni la Sanremo ha vissuto molte avventure: i corridori in autostrada, la salita delle Manie a causa di una frana sull’Aurelia, il Turchino bypassato coi pullman per via di una fitta nevicata. Ma chi corre in bici sa che questi sono gli imprevisti del mestiere.
Nonostante tutto da allora la Milano- Sanremo è sempre volata via, veloce, leggera.
Una corsa silenziosa, quasi onirica. Il gruppo scivola placido verso sud: prima Ovada, quindi il Turchino, mai più trampolino per picareschi attacchi da lontano.
Dopo la celebre galleria è il mare.
L’odore della salsedine permea il gruppo che procede costante nel suo trotto anche nelle prime pedalate di Riviera. I Piani d’Invrea, zona un tempo d’imboscate, ora faticano ad essere classificate come zampellotto.
Poi Savona, Capo Noli, Final Marina, il gruppo fila via senza quasi neanche accorgersene e siamo ad Albenga. Qui la musica cambia un poco, si avvicinano i Capi e il direttore d’orchestra accelera il ritmo.

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E’ incredibile come i corridori riescano a passare rapidamente da Albenga fino a Capo Berta. Lì inizia realmente la corsa, anzi, l’antifona alla corsa. Sul Berta si cerca di capire come gira la gamba e si lotta per prendere la successiva discesa davanti, passaggio fondamentale per approcciare bene la Cipressa. E già, la Cipressa. Salita breve e leggera che fa più danni prima che durante. Gli 11 chilometri che la precedono sono una lunga volata necessaria per prendere l’imbocco della salita nelle prime posizioni.
E’ qui che inizia la Sanremo, solo che noi spettatori, e a volte anche i corridori, non ci rendiamo conto che qui la Sanremo è già finita.
Esatto, la Sanremo inizia e finisce nello stesso punto. Perché quelli che seguono sono i 27 chilometri più veloci ed eterei del ciclismo mondiale, non si fa tempo ad iniziarli che sono già finiti.
Chi ha speso troppo fin qui non può che cercare di rimanere appeso al gruppo il più possibile, ma il suo destino segnato è quello di arrivare al traguardo attardato.
Chi ha la gamba buona corre rapido verso Via Roma e in un lampo è già al traguardo.
Un lampo, questo è quanto dura la Sanremo. Un lasso di tempo intangibile per un essere umano, ma un lasso di tempo sufficiente per istituire un Monumento.
Ci sovviene allora la consapevolezza che il bello è fugace e noi esseri umani spesso non riusciamo a coglierlo.
Ci crogioliamo così nella splendida attesa che ha preceduto quel lampo.
Il dolce e lento discendere da Milano verso i Capi. Ma non solo.
L’attesa col sapore più buono è quella che assaporiamo sin da ottobre, appena finito il Lombardia. Cinque mesi di lunga, incessante e gustosa attesa.

Come diceva il Piccolo Principe: “E’ il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante”.
Allo stesso modo allora si potrebbe dire che “E’ il tempo che hai perduto ad attendere la Sanremo che rende la Sanremo così importante“.

FA

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